Midi-Pirenei: sul viadotto più alto del mondo

Il VIADUC DE MILLAU, spettacolare ponte sospeso nella valle del Tarn e aspirante candidato al patrimonio dell’Unesco, è una delle dieci mete imperdibili di Francia. by paolo galliani

Vertigine. Cos’altro? Io che la subisco da sempre, avevo un po’ di remore a imboccare l’autostrada A75 – “La Méridienne” – che arriva da Béziers e Montpellier e punta a nord, verso Clermont Ferrand e il Massiccio Centrale. Un’ora di buona andatura poi lo spettacolo: un’enorme conca tagliata dal fiume Tarn e un viadotto impressionante, leggermente in pendenza e leggermente anche incurvato, che emerge da un mare di nebbia, neanche fossimo nella Los Angeles di Blade Runner.

Ne avevo sentito parlare tanto, anche per via dell’architetto che ha firmato l’opera, Norman Foster, mica uno qualsiasi. E qualche mese prima, sorvolando la zona durante un volo Milano-Tolosa, avevo notato l’enormità dell’opera anche stando a sette-otto mila metri d’altezza. Non potevo dunque mancare all’appuntamento con l’impressionante VIADUC DE MILLAU, lembo meridionale dell’Aveyron, una di quelle opere che non ti blocca il respiro: te lo toglie.

E adesso che ne parlo, mi sembra di essere a corto di superlativi. Tant’è. È scritto e mi basta: con i suoi 343 metri, è il più alto del mondo, addirittura di una ventina di metri più elevato dell’antenna più elevata della Tour Eiffel. L’attraverso ed è già una parziale emozione, anche se l’assetto autostradale toglie qualcosa ai 2460 metri di percorso divisi in 8 campate appoggiate su sette grossi piloni. Mi fermo dall’altra parte della voragine e scopro che l’area di servizio che si trova subito dopo il casello è anche un’Aire de vision – leggi belvedere – un Point d’information touristique (insomma, un info point), addirittura un Espace gourmand: un milione e mezzo di visitatori l’anno come potrebbero non fare gola?.

Salgo su un belvedere roccioso che domina il viadotto e lì schiatto: stresso la macchina fotografica con una raffica di clic e stresso (con mille domande) pure l’accompagnatrice dell’ufficio del turismo che si è prestata ad accompagnarmi. Non mi accontento. Imbocco la Dipartimentale 911 che porta a Millau, scendo lungo le sponde del Tarn e vado a guardare dal basso le sette gambe di “sua maestà”, come fanno i bambini sbirciando sotto le gonne delle coetanee. Sosta quasi religiosa fra il secondo e il terzo pilone che segnano il punto di massima altezza.

Clément Regi nel borgo di Peyre

Prima di allungare il passo di un niente e raggiungere un paesino verticale, PEYRE,  che è a poca distanza e pare scavato, anzi lo è, in una bionda falesia rocciosa lungo un meandro del fiume. Uno spettacolo minerale che qualcuno ha dovuto gratificare con l’inserimento fra i plus beaux  villages de France – sì, certo, i più bei borghi di Francia – stradine strette, niente auto, case in pietra calcarea o in tufo ben curate ma che paiono abbandonate e una chiesa semi-troglodita che dicono millenaria e che funge da galleria d’arte per i creativi del posto. Conto 6 gatti in 2 minuti. E un umano che porta il nome di Clément Regi e che è una delizia di disponibilità e cortesia anche quando si affaccia dalla finestra di casa, proprio sulla linea della sagoma onnipresente del Viaduc. Mi dico: per fortuna è bassa stagione, in estate l’atmosfera non deve essere la stessa.

Ho anche un rammarico: nel luglio scorso mi sono perso lo spettacolo di Julien Millot, di Tancrède Melet, di Mathieu Mouroux, funamboli e pazzi scatenati degli sport estremi che avevano deciso di superare le gole che fanno da cornice a Millau, esattamente le vicine Gorges de la Dourbie, semplicemente – si fa per dire – camminando su una cinghia sospesa nel vuoto e larga la miseria di 2 centimetri, per vincere ancora una volta i Natural Games ormai di casa in questa contrada considerata fra le più inaccessibili di Francia. Tant’è.

Mentre giro in auto cerco l’87,8 e sintonizzo l’ascolto sulle onde che captano gli animatori di Radio Larzac, etere metaforico di una terra aspra e dura che mi ha sempre dato l’aria di non lasciarsi dominare, abituata com’è alle estati roventi e agli inverni da lupi. Già avevo una predilezione per l’Aveyron: di questo passo, finirò per cercare casa. Intanto faccio una riflessione: se è vero, come ho letto, che c’è chi è intenzionato a chiedere che il viadotto dell’A75 sia iscritto all’World Heritage dell’Unesco, sappia che io sono d’accordissimo. È un’opera d’arte. Dico di più: nell’inventario delle “dieci cose assolutamente da non perdere in Francia” ci metto sicuramente il Viaduc de Millau. È sulle altre nove che non ho certezze.

Altre info sul sito del viadotto e sul quello dell’ente turistico del dipartimento.

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